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PSC e RUE - Piano Strutturale Comunale
Alla fine abbiamo approvato un PSC molto cambiato rispetto allo SCHEMA DIRETTORE iniziale.
Abbiamo ottenuto: la riduzione del costruito inizialmente precisto; la localizzazione del nuovo dolo a ridosso dell'esistente e/o lungo le direttrici stradali servite dal trasporto pubblico; l'eliminazione del previsto Centro Commerciale di Colunga; la tutela della collina, del verde edelle aree fluviali; la destinazione del 25% dei nuovi appartamenti all'affitto calmierato e all'edilizia sociale; ...
Contemporaneamente abbiamo ritenuto insufficente il RUE, lo abbiamo cambiato e quindi ri-adottato: su di esso si riapre la fase delle osservazioni..
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LA STORIA e i DOCUMENTI:
Il 20 maggio 2008, il Consiglio Comunale di San Lazzaro, con la Delibera n. 23/2008, ha adottato il Piano Strutturale Comunale (PSC) e il Regolamento Urbanistico Edilizio (RUE) del Comune di San Lazzaro di Savena, elaborati in forma associata con i Comuni appartenenti all’Associazione Valle dell’Idice.
Il PSC (Piano Strutturale Comunale) è uno strumento di pianificazione urbanistica generale che viene predisposto dal Comune sul proprio territorio, per delineare l'identità culturale, le scelte strategiche di sviluppo e per tutelarne l'integrità fisica ed ambientale.
Il PSC offre un quadro completo delle risorse naturali e delle caratteristiche del territorio in base alle quali:
- fissa i limiti e le condizioni di sostenibilità degli interventi e delle trasformazioni;
- individua le infrastrutture di maggiore rilevanza;
- definisce le trasformazioni che possono essere attuate direttamente.
Il Regolamento urbanistico ed edilizio (RUE) disciplina le trasformazioni nella città esistente e nel territorio rurale. Contiene:
- la disciplina generale e le modalità attuative degli interventi di trasformazione nonché le destinazioni d'uso
- le norme per costruire, trasformare, conservare le opere edilizie
- la disciplina degli elementi architettonici e urbanistici, degli spazi verdi e degli altri elementi che caratterizzano l'ambiente urbano
Questi strumenti hanno validità generale, non hanno scadenza e sono redatti dai tre Comuni in forma associata.
____________ ARCHIVIO _________________________
APPUNTI e SPUNTI di RIFLESSIONE
per LA SINISTRA e per i sinceri DEMOCRATICI di questo
paese........
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Una lettera di Piero Cavalcoli,
Elena Camerlingo, Stefano Fatarella, del marzo 2003
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Lettera aperta al Direttore di Micromega, Paolo Flores d’Arcais,
firmata da 60+16 urbanisti, spedita l'11 febbraio 2003
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Il mattone sempre in testa. Con
molti bernoccoli
Rapporto Cresme: quest'anno 300 mila nuove case. Il boom
dell'edilizia, gli esclusi dal mercato della casa
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Riflessioni per un orientamento riformista delle
politiche urbanistiche a San Lazzaro di Raffaele Lungarella

1. Una lettera di Piero Cavalcoli,
Elena Camerlingo, Stefano Fatarella, del marzo 2003
Gentili colleghi,
i segnali quotidiani di crisi - non solo «di fatto» ma anche «di
principio» - del governo del territorio e delle città, sono oggi
evidenti e indubbi, perché è esplicita e documentata
l’invivibilità di molti territori e di molte città del Paese,
che non hanno subito, nell'ultimo decennio, «balzi in avanti»,
come si era sperato quando la coscienza civile, risvegliatasi
dopo gli anni delle truffe e delle tangenti ai danni della
collettività, sembrava aver indicato con determinazione la
necessità di un cambiamento profondo, anche per conseguenza
dell'emergere dei cosiddetti «temi globali»; condizioni che
imponevano al nostro Paese, alla sua classe politica, a quella
imprenditoriale e a quella intellettuale, di riformare il patto
con i cittadini: lo Stato doveva riprendere possesso del
governo delle trasformazioni, dopo gli anni del liberismo
selvaggio, ma soprattutto dopo gli anni del banditismo politico
connivente con le mafie e i sistemi criminali.
L’esito di questo «processo di speranza» non è stato solo
deludente, ma ulteriormente preoccupante: i fenomeni di
corruzione non si sono placati, né l’attenzione per il governo
delle trasformazioni territoriali è aumentata, né il supposto
riformismo delle politiche urbanistiche ha prodotto condizioni
reali per il progresso della vivibilità delle cittadine e dei
cittadini del Paese. Ma alla delusione si è aggiunta una
nuova preoccupazione, per una prassi emergente che trova la sua
legittimazione nella filosofia individualistica che il
neoliberismo deregolativo impone, e che oggi sembra essere
«socialmente accettabile»: è una prassi che si candida a
modificare, piegandolo o spezzandolo, il «principio» e spesso
anche la «norma», che originano e sottendono il governo urbano e
territoriale, e che nascono dalla collettività per governare
l’interesse pubblico. E’ una prassi che sembra non essere
più patologica ma organica o per così dire «endemica», come un
«furbo parassita» che si è innestato nel corpo dello Stato e
nasconde artificiosamente la sua natura per apparire simbiotico,
ma producendo, nei fatti, dissesto, congestione, inquinamento,
saccheggio, segregazione, che gli «anticorpi» non riconoscono
più come malattie ma come manifestazioni normali, di un
organismo sano.
Il mestiere dell'urbanista tuttavia implica una prassi che è per
«principio» e per «norma» opposta a quella prassi più sopra
ricordata, tesa alla sistematica eliminazione della cultura che
fin qui ha contribuito a governare il territorio puntando
esplicitamente agli interessi diffusi.
Si può senz'altro affermare infatti che la locuzione
«urbanistica pubblica» sia una tautologia, allorché essa,
nascendo e vivendo per sostanziare tecnicamente delle volontà
politiche, non possa essere altro che pubblica, cioè non può
esistere - almeno logicamente - un governo privato degli
interessi pubblici: sussistendo questo principio, ogni tentativo
di deviazione, dovrebbe intendersi illegittimo, sul piano
formale e sostanziale, cioè si dovrebbe considerare
«patologico».
Oggi però assistiamo, spesso inermi e muti, all'attività
eversiva che trova nel corto circuito pubblico, cioè nella
rottura della catena logica di decisione pubblica, l'obiettivo
principale dell’azione di governo (non solo urbano e
territoriale); eversione che produce gravi lesioni alle
fondamenta democratiche del Paese. Stiamo assistendo cioè ad
una fase in cui gli interessi pubblici non sono il principio
ispiratore dell'azione di governo del territorio, ma in cui si
teorizza e si pratica la massimizzazione degli interessi
individuali tramite l'azione di governo pubblico, a cui la
norma prima e la storia poi, si debbono piegare e, nel caso,
spezzare, con esisti prevedibilmente disastrosi per le città e
il territorio, ma con conseguenze ancor più preoccupanti per la
tenuta democratica del Paese.
L'attività urbanistica non si risolve con gli adempimenti
tecnici e burocratici previsti dalla legge, ma contiene uno
specifico «mandato sociale»: è cioè inscindibilmente legata alla
sua origine di disciplina politica e chi si trova a lavorare
nella pubblica amministrazione, da urbanista, avendo il
principale mandato di controllare (la coerenza e la liceità
degli atti e dei fatti) e quello di progettare (il futuro di una
città e di un territorio) è quindi depositario del «principio» e
della «prassi» di una disciplina che abbiamo definito
«d'interesse collettivo». Ma come svolgere l'attività di
urbanista della pubblica amministrazione, nel momento in cui si
comincia ad insinuare l'inconsistenza del principio nel
confronto con la prassi e l'elasticità della norma di fronte
alla necessità privata? Come «fare urbanistica» senza le
garanzie codificate di interesse diffuso, che sono null'altro
che la natura stessa di questa disciplina, e di questa attività?
A partire da queste domande ci siamo convinti che non sia più
rimandabile una riflessione tra chi lavora nella pubblica
amministrazione come urbanista, nei diversi settori che questa
attività multidisciplinare implica. Siamo cioè convinti che il
continuo attacco, che ciascuno di noi vive quotidianamente e con
sofferenza, all’interesse pubblico dei processi di
trasformazione territoriale, stia seriamente demolendo la nostra
professione, compromettendone il significato tecnico e sociale.
Siamo sempre più spesso costretti ad attività di difesa e
ripiegamento, chiusi nelle scomode e inefficaci maglie della
burocrazia per impedire che abbiano corso nuovi danni alla
collettività per i vantaggi privati di pochi individui.
Siamo continuamente posti nelle condizioni di piegare le
norme, le prassi, le leggi, per liberare il passaggio a potenti
interessi economici e a interessi politici paradossalmente poco
pubblici.
Vediamo spesso luoghi del territorio e della città che si
trasformano all’insegna della speculazione, con la nostra
involontaria complicità.
Siamo insomma di fronte ad una prospettiva di oggettiva «vita
impossibile dell’urbanistica» e degli urbanisti.
Riteniamo perciò urgente riflettere su questo stato di cose per
tentare un’attività di rimedio, che non può che essere
associativa: siamo cioè convinti che l’efficacia dell’attività
di riforma delle condizioni di «vita» degli urbanisti della
pubblica amministrazione, non possa prescindere da una loro
unione, per condividere idee ed esperienza, e per sommare le
forze che intendono spingere verso il cambiamento.
Per iniziare questo percorso, abbiamo convocato una riunione che
si terrà a Bologna, il 16 aprile), alle ore 14.30, a via Zamboni
13. Cordialmente,
Elena Camerlingo, Piero Cavalcoli, Stefano Fatarella

2.
Lettera aperta al Direttore di Micromega, Paolo Flores d’Arcais,
firmata da 60+16 urbanisti, spedita l'11 febbraio 2003
Caro Direttore,
abbiamo apprezzato molto l’impegno costruttivo della sua rivista
nello sforzo di delineare un programma per un’altra Italia
possibile. E ci sembra che l’ampiezza degli argomenti trattati,
la qualità delle persone coinvolte nel delinearli, il taglio
impresso alle proposte, tutto ciò costituisca un contributo di
grande rilievo alla costruzione di un’alternativa concreta
all’attuale, squallida situazione di governo.
Proprio queste valutazioni positive ci rendono fortemente
preoccupati per un’assenza, che francamente ci sembra clamorosa.
Se nei capitoli del programma di Micromega non mancano (e
giustamente) la sanità e la giustizia, l’immigrazione e il
lavoro, l’università e le carceri, l’ambiente e i beni culturali
(e altri numerosi temi), manca completamente il territorio.
Questo, infatti, non si riduce all’ambiente (nell’accezione che
questo termine ha assunto negli ultimi decenni, e che è ben
rappresentato nel testo di Ermete Realacci) né ai beni culturali
(nonostante l’accezione giustamente ampia che Salvatore Settis
attribuisce a questa espressione).
Ragionare e proporre un capitolo del programma per “un’altra
Italia” che riguardi il territorio e la città significherebbe
infatti farsi carico insieme delle ragioni dell’ecologia e di
quelle dell’armatura urbana del nostro territorio, della tutela
della natura e della dotazione delle infrastrutture, della
difesa del paesaggio e del miglioramento delle condizioni di
vita nelle città. Del resto, non dovrebbe essere evidente a
tutti che una delle cause non secondarie della dissipazione
del patrimonio culturale e della devastazione dell’ambiente sta
proprio nella cattiva gestione della città e del territorio, nel
prevalere degli interessi individuali e aziendali di rapace
sfruttamento del territorio sugli interessi collettivi, degli
uomini e delle donne di oggi e di quelli di domani? Dall’assenza
quindi della pianificazione territoriale e urbanistica, della
sua delegittimazione come strumento per l’affermazione degli
interessi e delle speranze comuni, o della sua riduzione a
strumento per l’accrescimento di posizioni private di rendita e
di sfruttamento?
È stato un uomo che ha avuto un ruolo importante nella nascita
della sua Rivista, Giorgio Ruffolo, a scrivere (proprio
sulle pagine di uno dei primi fascicoli di Micromega) che la
pianificazione urbana e territoriale è uno dei “sette pilastri
della saggezza ambientalista”. Ma da quegli anni – duole
ammetterlo – l’insieme delle forze che oggi si oppongono da
sinistra al nascente regime berlusconiano ha dimenticato quella
verità.
Chi si è preoccupato di domandarsi che fine avevano fatto,
nel concreto delle realtà regionali e provinciali e comunali, le
speranze accese dalla cosiddetta Legge Galasso per la tutela del
paesaggio? Chi si è impegnato nel considerare decisione
politica rilevante porre dei limiti al dimensionamento delle
espansioni urbane, accertare la effettiva disponibilità degli
spazi necessari per le esigenze della vita collettiva e del
benessere delle cittadine e dei cittadini, contrastare nei fatti
l’abusivismo urbanistico ed edilizio?
Chi si è dimostrato consapevole del fatto che proprio la
delegittimazione della pianificazione urbanistica, e del sistema
trasparente di regole che essa stabilisce, era stata una delle
cause non secondarie di Tangentopoli, ed è ancor oggi uno degli
alimenti che ne consentono la sopravvivenza?
Chi si è adoperato per riaffermare l’autorità del piano
urbanistico - come strumento degli interessi collettivi e
pubblici, trasparente nel suo procedimento di formazione, aperto
alla partecipazione dei cittadini, proiettato verso il futuro ma
radicato nella gestione ordinaria dell’amministrazione pubblica
– contro il prevalere degli interessi di pochi gruppi di
operatori economici e, soprattutto, di proprietari immobiliari?
Chi, insomma, tra le personalità e le forze della sinistra e del
centro, ha posto la questione del governo della città e del
territorio (e quindi della pianificazione territoriale e
urbanistica) come un grande problema politico?
È anche per questo, signor Direttore, che ci sembra che
l’assenza del territorio e della città, dell’urbanistica, della
pianificazione tra i 24 capitoli del programma proposto da
Micromega sia un’assenza grave. Sarebbe utile, sulla sua
Rivista, aprire una discussione sulle ragioni di questa assenza.
Che non sono certamente né la distrazione né la fretta ma –
forse – qualcosa di più profondo, su cui tutti dovremmo
interrogarci.

3. Il mattone sempre in testa. Con
molti bernoccoli
Rapporto Cresme: quest'anno 300 mila nuove case. Il boom
dell'edilizia, gli esclusi dal mercato della casa
Negli ultimi anni l'Italia in crisi si è divisa in due grosse
parti: quelli che hanno investito nel mattone e quelli che sono
stati investiti dal mattone. E' quanto risulta dal corposo
Rapporto del Cresme sul mercato delle costruzioni, presentato
ieri a Torino. Il Centro studi dell'associazione dei costruttori
italiani riassume così il boom degli ultimi anni: «Tutti i
macroattori economici - famiglie, imprese e anche il settore
pubblico - si sono 'aggrappati' ai precipui comparti di
interesse, investendo in abitazioni, edifici funzionali alle
attività economiche e in opere pubbliche. Quasi che `investire
nel mattone' fosse l'unica cosa da fare in un clima di
stagnazione economica e di grande incertezza».
E
infatti: negli stessi anni nei quali il prodotto lordo italiano
cresceva del 3,6% e gli investimenti in tecnologie e macchinari
aumentavano solo del 2,8% (dal 2001 al 2004: parliamo di
incrementi reali, non nominali), gli investimenti totali in
costruzioni salivano del 9,4% e quelli
di nuove costruzioni schizzavano del 20,6%.
Sempre dal 2001 al 2004 e sempre in valori costanti, i prezzi
delle abitazioni rincaravano del 18,5%e il mercato
immobiliare nel suo complesso non mostra segni di rallentamento:
nel primo semestre del 2004 le transazioni sono cresciute
dell'8% rispetto allo stesso periodo del 2003, rivela la
nota semestrale dell'Agenzia del territorio diffusa ieri,
secondo la quale da gennaio a giugno di quest'anno si sono
«scambiati» immobili con 826.206 contratti. Il boom è stato
determinato, secondo i ricercatori del Cresme, da una serie di
fattori sociali ed economici. Tra i secondi, la scarsa
appetibilità di investimenti alternativi (crisi della
borsa) e il basso costo del denaro. Tra i primi, l'arrivo
sul mercato di nuove famiglie: l'uscita (abbastanza tardiva) da
casa della generazione del baby-boom,la riduzione dei componenti
dei nuclei familiari (separazioni, divorzi, ecc.), l'entrata
degli stranieri. Si spiega dunque perché siamo tornati a un
numero di nuove abitazioni costruite all'anno (278.000 nel 2004,
se ne prevedono 300.000 nel 2005) paragonabile a quello
degli anni d'oro della crescita italiana.
I grafici del Cresme avvertono però che la «gobba» - il punto
alto dell'arrivo sul mercato delle abitazioni di masse di
persone in uscita dalle famiglie d'origine - sta abbassandosi.
Non solo. In un'altra parte del Rapporto si avverte che
«l'incrocio tra le variabili di reddito e i prezzi delle
abitazioni» alza la barriera all'ingresso del mercato, mentre
l'indebitamento crescente esclude dai mutui le aree del lavoro
non a reddito fisso: dunque in futuro saranno sempre meno quelli
che possono permettersi l'acquisto. Tra loro, quasi irrilevante
la quota delle persone che nell'edilizia prevalentemente
lavorano: gli immigrati proprietari di abitazioni sono sul 2%,
mentre - secondo le statistiche ufficiali, alle quali sfugge
tutto il lavoro al nero - sono al 13% i lavoratori stranieri
nell'edilizia. Nel solo Veneto la quota di dipendenti stranieri
iscritti alle Casse edili artigiane va dal 43,8% di Padova al
49,3% di Vicenza. E arriva al 52,6% a Treviso, la città il cui
sindaco vieta con ogni mezzo a disposizione moschee e feste di
ramadan.

4. Riflessioni per un orientamento riformista delle
politiche urbanistiche a San Lazzaro di Raffaele Lungarella
Le
note che seguono si propongono come un contribuire per affermare
un orientamento riformista per la politica urbanistica a San
Lazzaro. Esse sono offerte alla discussione, all’arricchimento
ed alla critica. Si presentano, pertanto, come un lavoro in
corso, alla cui realizzazione tutti possono partecipare, poiché
biblicamente si può dire che “nella casa del Padre c’è lavoro
per tutti”; per tutti quelli, naturalmente, che hanno a cuore la
casa comune della nostra collettività cittadina, più che
l’affermazione degli interessi forti di pochi.
Alla comunità cittadina e all’amministrazione comunale è
richiesto un grande impegno per elaborare un progetto per la
città capace di assicurare la prosecuzione di un modello di
sviluppo ad elevato livello di benessere e di coesione. La
nostra città ha avuto in passato una intensa crescita che ha
prodotto molti risultati positivi, ma che, inevitabilmente, ha
generato anche fattori di criticità. Creare le condizioni per il
superamento di tali criti-cità e per il pieno dispiegamento dei
fattori che permettono lo sviluppo richiede l’impegno
dell’intera città, dei cittadini, delle associazioni di
rappresentanza degli inte-ressi, dei partiti, delle istituzioni.
Per perseguire questi obiettivi occorre stimolare la
partecipazione dei cittadini alle decisioni relative alle scelte
in materia di pianificazione territoriale ed urbanistica, e che
gli strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica da
elaborare in questo mandato amministrativo si ispirino ai
principi di uno sviluppo equilibrato e sostenibile sia sul
versante ambientale sia su quello economico e sociale.
La geografia insediativa della nostra città si presenta
fortemente dispersa. Accanto alle frazioni storiche della
Ponticella e di Idice e di altre più piccole di antico
insediamento – che necessitano di interventi che ne migliorino
la qualità urbana, la rete dei collegamenti ecc.- le scelte
urbanistiche degli ultimi 20-25 anni hanno fortemente favorito
la nascita di nuovi quartieri o di nuovi insediamenti, creando
una forte discontinuità nella maglia urbanizzata della città.
Oltre al cosiddetto villaggio Martino, costruito sulla collina
di via Martiri di Pizzocalvo, al quartiere della Cicogna, a
quello della Pulce-Mura San Carlo, il cui insediamento o
espansione è avvenuto negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso,
negli ultimi 10-15 anni sono stati realizzati altri
insediamenti, tra cui quelli di Via Mario Conti, di Via Wolfe,
del Farneto, del Paleotto. Gli insediamenti della Cicogna e
in parte anche della Pulce-Mura San Carlo hanno soddisfatto
principalmente la domanda di abitazioni delle famiglie con
reddito medio basso, gli altri sono insediamenti di edilizia di
pregio, ed anche se in alcuni casi sono architettonicamente non
gradevoli, hanno contri-buito a far crescere i valori
immobiliari nell’insieme del mercato locale. Lo sviluppo di
nuovi insediamenti è avvenuto producendo lacerazioni nella trama
urbanizzata.
Le decisioni di politica urbanistica dell’amministrazione
comunale devono proporsi di contrastare il fenomeno della
dispersione insediativa. È questo anche uno dei principali
obiettivi ed elementi di connotazione del Piano territoriale di
coordinamento provinciale della provincia di Bologna (Ptcp).
Questo obiettivo del Ptcp rafforza la necessità di garantire uno
sviluppo rispettoso del territorio, che massimizzi i benefici da
esso prodotti e minimizzi o elimini del tutto i costi che
l’accompagnano.
Lo sviluppo urbanistico frammentato ha costi ingenti sia per i
nuclei familiari che per la collettività. I costi privati sono
facilmente quantificabili nei maggiori consumi energetici da
sostenere a causa della necessità di servirsi del trasporto
privato, nel maggior tempo che occorre impiegare per raggiungere
il posto di lavoro, le scuole, nel disagio derivante dalla
rarefazione dei servizi ecc.. Agevolmente identificabili sono
anche i costi collettivi: forzato ricorso al trasporto privato
con aumento dei fenomeni di inquinamento, necessita di nuove
infrastrutture, perdita delle economie di scala
nell’approntamento dell’offerta dei servizi ecc. Esiste un’ampia
letteratura che documenta gli svantaggi delle città dispersa
rispetto ai vantaggi della città compatta, perché sia qui
necessario insi-stervi. Occorre impegnarsi per contribuire ad
una pianificazione territoriale ed urbani-stica che assicuri
alla città uno sviluppo equilibrato e sostenibile.
All’origine di uno sviluppo squilibrato, foriero di ingenti
costi e di benefici ridotti, vi è innanzi tutto la mancanza
di un progetto per la città, di un disegno d’insieme, da
realizzare con le politiche specifiche e le singole iniziative.
È fondamentale evitare che la definizione della fisionomia della
città, oggetto di tale disegno d’insieme, sia predefinita e
pregiudicata dall’anticipazione di decisioni assunte per
soddisfare attese di singoli soggetti o operatori economici.
La sede per la valutazione della compatibilità tra queste attese
legittime dei singoli attori dello sviluppo e gli interessi
complessivi della nostra comunità sia il piano strutturale
comunale (Psc).
Il Psc deve ispirare il proprio disegno della città ad alcuni
fondamentali orientamenti urbanistici assunti nel precedente
mandato amministrativo. È necessario confermare, e non smentire
con decisioni con essi contrastanti, due fondamentali punti
cardinali dell’azione amministrativa in campo urbanistico degli
ultimi 5 anni. Occorre continuare a ritenere del tutto
eccezionale l’occupazione di nuovo territorio per l’attività
costruttiva. Se a questo orientamento sarà necessario
derogare, ciò dovrà avvenire solo quando il progetto dello
sviluppo futuro della città lo dovesse rendere indispensabile
per adeguare l’offerta del patrimonio edilizio alla dimensione
ed alle caratteristiche che la comunità decide di avere in
termini demografici, sociali, culturali, economici. Qualora, in
sede di Psc, dovesse emergere l’esigenza di edificare nuovi
territori, ciò dovrà avvenire proponendosi l’obiettivo di
rafforzare la compattezza urbanistica della città.
In ogni caso l’eventuale esigenza di nuova edificazione
aggiuntiva rispetto a quella già prevista non deve alimentare il
fenomeno della dispersione insediativa.
L’altro punto centrale degli orientamenti urbanistici assunti
nel precedente mandato amministrativo, complementare a quello
del contenimento del consumo di nuovo terri-torio, è stata la
scelta della riqualificazione urbana. Con il master plan
elaborato dall’amministrazione comunale per la delimitazione
degli ambiti di riqualificazione ur-bana dell’area a nord della
via Emilia, l’amministrazione ha fatto una scelta strategica per
il futuro della città, per il suo sviluppo e per il suo assetto
urbano. L’area delimitata come interessata alla realizzazione di
programmi di riqualificazione urbana ha una estensione analoga
all’area occupata dal capoluogo a sud della via Emilia. Con la
delimitazione di un’area tanto ampia, l’amministrazione comunale
si era proposta di concentrare in essa anche le necessità di
nuove residenze, creando quindi le premesse per autorizzare la
realizzazione di nuove superfici aggiuntive - ove se ne dovesse
evidenziare l’occorrenza - rispetto a quelle già previste dal
Prg. La decisione di individuare l’area Nord come ambito di
riqualificazione non era obbligata, né doveva essere posta in
alternativa ad altre. La sua unicità fu una scelta
strategica, assunta con la consapevolezza di non ritenere
necessario delineare come ambiti di riqualificazione altre aree,
e fu dettata dalla volontà di porre dei confini all’espansione
territoriale futura della città. Occorre pertanto ribadire
questa scelta.
San Lazzaro è una città in cui i valori delle case hanno
raggiunto livelli proibitivi. Essi non sono giustificati dai
costi di costruzione che occorre sostenere per edificare. Ciò
significa che gli elevati valori immobiliari permettono di
ottenere elevati extra profitti e di lucrare ricche rendite
fondiarie.
I prezzi eccessivi impediscono non solo alle famiglie dei
lavoratori dipendenti con salari contenuti ma ormai anche a
fasce del ceto medio sia l’acquisto di una casa sia l’abitarla
in affitto. Ne derivano conseguenze rilevanti, non solo per le
condizioni di vita di settori di nostri concittadini, che anche
per questo diventano maggiormente bisognosi delle politiche
sociali. La prosecuzione nel tempo delle tendenze che si sono
manifestate finora sul mercato della casa produrrà anche
necessariamente una modificazione nella composizione sociale
degli abitanti la nostra città.
Ci si deve proporre di indirizzare la propria iniziativa
politica per creare le condizioni affinché l’attività
costruttiva sia funzionale ad un disegno di sviluppo della
città, i prezzi delle case si riducano al punto da renderle
accessibili anche alle famiglie non ricche, pur includendo, tali
prezzi, una adeguata e legittima remunerazione del capitale
investito dagli operatori che le realizzano. Per raggiungere
questi obiettivi è indispensabile operare su più piani.
Le politiche per la casa sono strettamente intrecciate con le
scelte di pianificazione territoriale e urbanistiche. Questo
intreccio è rilevante sia con riferimento all’ambito generale
dell’edilizia residenziale, sia relativamente alla creazione
delle condizioni per garantire il diritto alla casa alle
famiglie più svantaggiate.
La visione della città deve essere presa a riferimento per
stabilire qual è la dimensione del patrimonio abitativo
occorrente per raggiungere l’obiettivo che ci si è proposti in
termini di abitanti. Conduce ad un sviluppo squilibrato e perciò
costoso, per i singoli e per la collettività, assecondare prima
la realizzazione di insediamenti residenziali – sulla spinta
convergente degli interessi particolari e del beneficio
temporaneo ed effimero degli oneri di urbanizzazione incassati
dall’amministrazione – e a posteriori disegnare un quadro che
renda coerente le singole decisioni. Oltre ad evitare che gli
insediamenti di edilizia residenziale – ma anche di quella
terziaria e produttiva – alimentino il fenomeno della
dispersione insediativa, le scelte urbanistiche devono anche
favorire prioritariamente la ristrutturazione ed il recupero del
patrimonio esistente, sia per ridurre in assoluto la domanda di
nuove abitazioni sia per consentire di adeguare la dimensione
degli alloggi alle ridotte dimensioni delle famiglie.
L’iniziativa politica e l’azione amministrativa in questo
settore devono essere finalizzate a creare le condizioni per
soddisfare la domanda di abitazioni da parte delle famiglie che,
a causa del loro basso reddito o peggio per condizioni di
indigenza, non possono pagare i prezzi di mercato, sia per
l’acquisto che per l’affitto di una casa. Anche in una realtà
ricca come quella della nostra città, seppure, fortunatamente,
non diffuso, esiste un disagio abitativo di origine economica.
Tale disagio presenta livelli di intensità differenti. Per
alleviarlo è, pertanto, necessario promuovere programmi ed
iniziative specifiche.
Specifica attenzione l’azione amministrativa deve rivolgere ai
settori della popolazione particolarmente deboli sul versante
sociale ed economico. La soluzione del problema della casa
costituisce per essi il primo e più formidabile fattore di
inclusione civica e sociale. L’amministrazione comunale deve,
pertanto, porre particolare impegno nell’incremento e nel
recupero del patrimonio di alloggi pubblici, da assegnare alle
fa-miglie più deboli economicamente. Per incrementare tale
patrimonio è necessario che le scelte di bilancio ritengano
prioritario questo obiettivo. Ma è anche necessario procedere
con celerità alla realizzazione degli alloggi, quando si dispone
già dei finanziamenti.
Non va sottovalutata l’esigenza di una efficiente gestione
amministrativa del patrimonio pubblico. A questo riguardo
particolare attenzione deve essere posta nella verifica
pe-riodica del possesso, da parte degli assegnatari, della
conservazione dei requisiti che permettono la permanenza
nell’alloggio. È questa un’attività di verifica
particolarmente importante sia ai fini finanziari – essendo i
livelli dei canoni rapportati ai redditi degli assegnatari – sia
per una più generale ragione di equità – giacché la permanenza
in un alloggio di soggetti che non né hanno più diritto
danneggia chi è in lista di attesa.
Nel settore degli alloggi pubblici si registrano situazioni di
degrado strutturale e di conseguente disagio per le famiglie ai
quali sono stati assegnati o che li abitano ad altro titolo,
alle quali occorre dare soluzione nel più breve tempo possibile.
Prioritario al riguardo è affrontare il problema delle
cosiddette Case Andreatta. Occorre iniziare a studiare la
soluzione da subito, e senza trasformare l’esigenza specifica
di reperire i fondi necessari in un pretesto per proporre nuove
edificazioni in aree, che il Prg vigente non destina
all’edilizia residenziale, localizzate distanti dalle
abitazioni in questione.
Occorre anche approntare politiche che favoriscano l’accesso
all’abitazione di quelle famiglie i cui livelli di reddito sono
troppo elevati per dare loro la possibilità di accedere agli
alloggi pubblici, ma sono troppo bassi per permettere di
risolvere autonomamente il loro problema sul mercato.
Per rendere la casa accessibile a queste famiglie occorre
promuovere interventi di edilizia economica popolare o comunque
di edilizia convenzionata. Con questi strumenti è possibile
abbassare i valori immobiliari sia per gli interventi destinati
alla locazione che per quelli destinati alla vendita, giacché
sia i prezzi unitari a metro quadrato di vendita sia i valori
unitari da assumere a riferimento per il calcolo dei canoni sono
determinati dalle convenzioni sottoscritte tra l’amministrazione
comunale e gli operatori. Occorre che l’amministrazione
comunale nel definire, con tali convenzioni, le altre
caratteristiche degli alloggi e le condizioni per la loro
vendita o locazione, contrasti la prassi degli operatori tesa ad
elevare il valore totale degli alloggi a livelli tali da
pressoché equipararli – a parità di superficie utile – ai valori
di mercato. E’, infatti, contraria alle motivazioni proprie
degli interventi di edilizia residenziale con finalità sociali,
la prassi, consolidatasi nel nostro comune che permette agli
operatori del settore di realizzare abitazioni nelle quali per
ogni metro quadro di superficie utile, cioè quella in cui si
abita, è permesso di vendere anche oltre un metro quadro di
superficie non utile (formata da grandi garages, corselli di
manovra dei garages, grandi terrazzi ecc.). Occorre una corretta
interpretazione degli interventi di Peep e di edilizia
convenzionata, con l’obiettivo di abbattere il valore
complessivo degli alloggi, abbassare così la barriera di prezzo
e di canone e favorire l’accesso alla proprietà e all’affitto
della casa anche a famiglie con redditi medi e bassi.
Nel disegno di sviluppo della città che il Psc dovrà definire,
un ruolo rilevante va asse-gnato alle azioni finalizzate allo
sviluppo economico. Le scelte urbanistiche relative agli
insediamenti terziari e produttivi dovranno essere compatibili
con la strategia di crescita complessiva della città. Con
riferimento alle attività commerciali e terziarie tali scelte
dovranno essere coerenti con l’esigenza di evitare
l’impoverimento o peggio la desertificazione dell’offerta di
servizi commerciali e alle persone in zone importanti della
città.
Quanto alle politiche per gli insediamenti produttivi è
pienamente condivisibile la scelta effettuata dal Ptcp di
sviluppare in località Ponte Rizzoli, nel comune di Ozzano, un
grande polo di espansione produttiva. In tale area devono
trovare soddisfazione anche le esigenze di espansione e di
rilocalizzazione – derivanti dall’attuazione dei piani di
riqualificazione delle aree a nord della via Emilia - delle
imprese ora localizzate nel territorio di San Lazzaro.
È in ogni caso necessario fare un censimento dell’attuale
consistenza di edifici industriali nei quali non viene più
svolta alcuna attività produttiva e della potenzialità
edificatoria con questa destinazione già prevista dal vigente
Prg. Questa ricognizione è indispensabile per potere assumere
eventuali decisioni sul come soddisfare nel territorio di San
Lazzaro l’eventuale domanda di spazi eccedente quella che può
essere soddisfatta con la rilocalizzazione a ponte Rizzoli e con
l’utilizzo dei capannoni inutilizzati o realizzabili attuando le
previsioni del Prg.
La quantificazione della domanda di spazi nuovi o aggiuntivi
deve essere il risultato di un accertamento fatto sulla base dei
piani industriali di crescita delle singole aziende.
L’uso del territorio non deve essere dettato dalle esigenze
fiscali dell’amministrazione. È fonte di sviluppo caotico e ad
altissimo costo per la collettività l’utilizzo della
pianifi-cazione urbanistica come strumento per il reperimento di
risorse finanziarie che accre-scano le entrate del bilancio
comunale. La prospettiva di incassare i proventi degli oneri
di urbanizzazione e del contributo rapportato al costo di
costruzione non può diventare l’alibi per scelte urbanistiche
sporadiche, prive di coerenza con un disegno più generale, o
assunte per assecondare le spinte e le attese dei proprietari
delle aree o degli operatori economici che devono realizzare gli
interventi costruttivi.
Per collegare il reperimento di risorse finanziarie con la
gestione del territorio l’amministrazione comunale deve proporsi
di sperimentare soluzioni innovative rispetto alle prassi
consolidate nei suoi rapporti con i proprietari delle aree.

ARCHIVIO di
Valerio Minarelli ed Elisa Sangiorgi:
Da studi recenti è emerso che i comuni della Provincia
di Bologna hanno elaborato piani espansivi per 40.000
nuove unità abitative (senza mettere in conto
l’espansione industriale) per 120.000 abitanti aggiuntivi;
se si considera che la Provincia di Bologna conta 800.000 abitanti,
ci si rende conto dell’impatto che queste pianificazioni
sono destinate ad avere.
Il problema nasce dal fatto che i Comuni,
teoricamente gli enti di programmazione e gestione territoriale,
non hanno altro modo per intervenire in queste funzioni che non
sia il cedere territorio ai privati (i soggetti che detengono
le risorse finanziarie necessarie). Questo determina una
pianificazione “vincolata” agli interessi della proprietà
dei suoli (non si programmano gli interventi
dove sono necessari, ma dove la casuale geometria del catasto
ha finito per assegnare le particelle a determinate proprietà)
e sul vorticoso giro di miliardi che ruota intorno a questi
interessi (dove il soggetto debole dovrebbe regolamentare
quelli forti). La legislazione urbanistica italiana è distorta
da un principio che deve essere messo in discussione: un soggetto
(il Comune) delibera variazioni di destinazione d’uso (e
quindi di valore), su terreni di proprietà d’altri
soggetti. Credo che, non avendolo potuto fare, per varie ragioni,
la Sinistra di governo, dovrà ben farlo quella di opposizione!
Per venire a proposte più concrete, ne elenchiamo alcune:
· L’arresto del consumo
di terreni vergini !
A
causa della forte espansione dell’edificato e della conseguente
impermeabilizzazione dei suoli, nella Provincia
di Bologna, si prevede un drastico aggravamento del fenomeno degli
allagamenti autunnali nella bassa Bolognese. Si tratta d’un
problema antico, diversi corsi d’acqua sono stati deviati
per favorire il deflusso (tipico è il caso del Reno che
non è più affluente del Po), aggravato dal fenomeno
della subsidenza (fenomeno purtroppo irreversibile). In occasione
di piene non eccezionali torrenti come il Samoggia allagano la
bassa bolognese. La Provincia di Bologna è consapevole
della gravità del problema ma è impotente con le
Amministrazioni Comunali che vedono nell’espansione urbanistica
la sola fonte di entrata; il massimo che si ottiene è una
dilazione nel tempo degli interventi. Noi proponiamo che
da ora in poi non vengano più utilizzati terreni vergini
per l’espansione dell’edificato: non si dovranno
più avere variazioni d’uso da agricolo (o peggio,
da verde o parco) a fabbricabile, nuove espansioni si
dovranno attuare abbattendo il vecchio e ricostruendo su aree
già edificate (vecchi fabbricati fatiscenti, aree
industriali dismesse), nelle zone di "completamento"
o nelle aree effettivamente funzionali alla realizzazione di servizi.
I Piani di Riqualificazione Urbana altro non dovrebbero essere
che la "messa in pratica"di questi indirizzi.
· Un prevalente sviluppo
edilizio in verticale
La città di Chicago è famosa per i più grandi
grattacieli del modo; il grande sviluppo verticale di questa città
americana e stato determinato dalla mancanza di spazio per l’espansione
urbana (terreni paludosi al limite della città). Pur non
avendo, nel nostro territorio, i problemi di Chicago o dell’isola
di Manhattan, la consapevolezza della necessità di arrestare
(se non addirittura invertire) il consumo di suolo porta necessariamente
a considerare il tipo di sviluppo in verticale.
Proponiamo di promuovere la costruzione, dove è
possibile, di fabbricati di medie e medio-grandi dimensioni che
si sviluppino prevalentemente in verticale liberando suolo all’intorno.
Si tratta anche qui del superamento della cultura da “villettopoli”,
che ama l’urbanizzazione sparsa basata su fabbricati bassi,
solo apparentemente più umani ma sicuramente alla portata
di pochi con costi medi attorno al miliardo e mezzo di
vecchie Lire per unità immobiliare (a non meno
di 3500,00 € / 4000,00 € al mq)… oltre a generare
alti costi di gestione. L’urbanizzazione sparsa consuma
più energia e comporta gravi costi per l’organizzazione
dei servizi, non solo a quelli a rete (trasporti, raccolta rifiuti,
acqua, gas, posta ecc.) ma anche ai servizi sanitari, scolastici
ecc.; e non solo ai servizi pubblici, ma anche a quelli privati
(bar, supermercati, banche…); inoltre si fonda pesantemente
sul trasporto privato gravando sul sistema dei trasporti, sull’ambiente
ecc. Costruire in altezza significa anche ridurre i costi
degli appartamenti e renderli quindi accessibili a strati sociali
più larghi. In questa direzione a San Lazzaro occorre rivisitare
il PRG e correggere le previsioni di edificazione estensiva (villettine
e case a schiera) a favore di case di qualità sì
ma in verticale garantendo nel contempo, in via prioritaria, la
casa ai figli o ai genitori dei residenti nel Comune.
· La distribuzione delle
funzioni urbane
La
concentrazione delle funzioni urbane ha portato alla realizzazione
di zone della città specializzate: il polo scolastico,
la zona residenziale, quella industriale, il polo sportivo, commerciale
ecc. Naturalmente questa distribuzione implica che i cittadini
siano continuamente in movimento facendo la spola tra
una funzione e l’altra; questo movimento si realizza forzatamente
in automobile, aggravando il devastante fenomeno della
congestione e dell’inquinamento urbano. Per abbattere
questo traffico indotto occorre pensare ad una distribuzione delle
funzioni delocalizzata, più vicina al fruitore. Servizi
come quelli scolastici e sportivi, per esempio, vanno avvicinati
e non allontanati dalle zone residenziali. In qest'ottica
noi chiediamo che la ex-scuola elementare di Idice sia
ristrutturata e riattivata come scuola per ospitare i bambini
della zona, di nuovo in crescita numerica.
· Utilizzo plurimo dei fabbricati
Nella
logica dell’avvicinamento dei servizi agli utenti, occorre
pensare a fabbricati dotati di spazi per fornitura di
tali servizi. Un problema segnalato da piccoli operatori
intenzionati ad offrire servizi scolastici decentrati
(nido o materna) è la difficoltà di trovare
spazi adeguati e a norma; ogni 50 o 100 unità immobiliari
devono essere prescritti alcuni locali idonei per attività
di questo tipo. Altro esempio è la dotazione di palestre;
il sistema di impianti sportivi regge perché solo una piccola
frazione della popolazione vi accede. Dove, per banali motivi
di salute o per la forma fisica, la gente accede massicciamente
a questi servizi, le strutture pubbliche esplodono; pensiamo
che ogni insediamento dai 500/1000 abitanti in su dovrebbe averne
una dotazione; possiamo citare il caso di un complesso
residenziale dotato persino di piscina. Ma occorrono anche spazi
per attività come riunioni, spazi per organizzare associazioni,
attività musicali ecc; il classico condominio
presuppone famiglie dedite solo al dormire, mangiare e alla toeletta,
che costituiscono, certo, bisogni elementari, ma occorre considerare
anche che le persone hanno bisogno anche di momenti di
socializzazione, attività culturali, sportive ecc.
I nuovi fabbricati andrebbero pensati con capacità di assolvere
nuove funzioni, integrative del residenziale.
·
Parcheggi
Per dare risposta al un problema sempre più impellente,
la carenza di parcheggi, bisogna individuare le aree marginali
(non di verde pubblico) ancora esistenti nelle aree del centro
residenziale del nostro Comune (San Lazzaro e Ponticella) per
destinarle a parcheggi. Bisogna inoltre pensare a parcheggi
in verticale o interrati. Le dotazioni di parcheggi obbligatorie
per legge devono essere attuate anche con la costruzione dei più
moderni silos.
- La casa.
Un particolare impegno sarà rivolto all’esigenza
di irrobustire la politica degli alloggi popolari ad affitto calmierato,
dando vita ad un programma organico, poliennale, con il coinvolgimento
di altri soggetti e istituzioni, dall’Acer ai privati. Particolare
attenzione dovrà essere riservata al problema delle case
popolari di via Fratelli Canova.
A questo proposito richiamiamo il ruolo positivo del “fondo
sociale per l’affitto”.
Ciò è particolarmente rilevante in relazione ad
una politica della famiglia che lavori al fine di creare la condizioni
per l’autonomia dei giovani e la prospettiva di una nuova
vita fondata sulla convivenza e la responsabilizzazione e a proposito
delle esigenze di una fascia di popolazione in crescita come quella
degli anziani a seguito del fenomeno dell’allungamento dell’aspettativa
di vita.
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