CHI E' CONTRO LA PIANIFICAZIONE URBANISTICA! L'attacco al PTCP
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Autore:
eddyburg |
Data di pubblicazione: 20.05.2005 21:41 |
Vezio De Lucia, Mariarosa Vittadini, Giancarlo Storto,
Renato Grimaldi, Piero Cavalcoli: nomi di funzionari pubblici di
grande spessore professionale, culturale, personale, rimossi dal
loro incarico (o indotti ad abbandonarlo) perchè non
davano sufficienti garanzie di subalternità al potere:
anteponevano l’interesse della Repubblica a quello della fazione
al potere. Simili, ma non uguali. I primi, rimossi da governi di
destra. L’ultimo, Piero Cavalcoli, urbanista e dirigente del
prestigioso ufficio che gestiva la pianificazione metropolitana
a Bologna, rimosso dalla sinistra.
La
notizia vola negli ambienti politici e culturali bolognesi, si
diffonde arricchendosi di particolari non controllabili. La
decisione di smantellare l’ufficio sarebbe partita qualche mese
fa dalla federazione dei DS, e avrebbe colto di sorpresa la
Margherita. Ne sarebbero state liete le imprese immobiliari (tra
cui quelle potentissime della Lega delle cooperative), i cui
interessi non avrebbero potuto espandersi se si fosse
consolidata la politica di contenimento del consumo di suolo
promossa dal Piano territoriale provinciale. Ridurre il peso
dell’ufficio e “burocratizzarlo” avrebbe eliminato un elemento
di confronto politico e culturale, rischioso per alcune scelte
municipalistiche che starebbe assumendo il governo Cofferati.
Un fatto è certo. Piero Cavalcoli, contro la sua volontà, è
estromesso dalla gestione dell’ufficio (il Settore
pianificazione territoriale e trasporti) che ha creato e diretto
per 15 anni e che aveva avviato una trasformazione radicale
dell’assetto del territorio bolognese. Il personale tecnico,
raccolto e “allevato” con pazienza e divenuto, nel suo
complesso, un modello per l’Italia, ha cominciato a essere
dirottato verso altri uffici della provincia o in altre
istituzioni. Un’esperienza di pianificazione intelligente,
capace di utilizzare tutte le leve dell’intervento pubblico sul
territorio, di promuovere la collaborazione tra le
amministrazioni comunali fino ad allora divorate dal
municipalismo, di tradurre in concrete decisioni amministrative
un disegno di riduzione della congestione, di arresto dello
sprawl, di protezione effettiva (e non solo a chiacchiere) delle
risorse territoriali – un’esperienza unica in Italia e
all’avanguardia in Europa - viene ridotta al rango degli uffici
delle “vecchie province”: quelle che con la riforma della legge
142/1990 si era tentato di rinnovare ab imis, assumendo
quale loro centro la responsabilità della pianificazione
territoriale.
Ciò
che sta avvenendo a Bologna, ha per l’Italia lo stesso
significato che ebbe per la Gran Bretagna della Tatcher lo
smantellamento del Greater London Council. È la rivincita degli
interessi municipalistici (e in primo luogo dei municipi più
grandi) sugli interessi di un’organizzazione equibrata delle
risorse territoriali. È la rivincita degli interessi economici
di breve periodo, basata sullo sfruttamento immediato della
risorsa fondiaria, sugli interessi aperti al lungo periodo della
tutela dell’acqua, del paesaggio rurale, della natura. È la
rivincita, infine, dalla politique politicienne su una
visione strategica, di ampio respiro, dei valori e della vita
della comunità
Ma ciò che avviene attorno al bunker nel quale sembra assediato
Cofferati, è fonte di grave
preoccupazione anche al di là caso
del specifico. Perché significa che le forze che aspirano a
sostituire Berlusconi nel governo dello Stato patiscono alcune
insufficienze gravi di intelligenza politica: la concezione del
funzionario pubblico, il civil servant, come figura
subalterna al potere (icastica la vignetta di Bucchi),
l’incapacità di aprire una discussione di merito su strategie
territoriali che non si condividono (e che si preferisce
annullare surrettiziamente mediante interventi di mero potere),
l’utilizzazione di “linee di comando” tipiche dei peggiori
risvolti di quella Prima Repubblica che tutti sembrano
deprecare, ma di cui troppi rinnovano i (ne)fasti.
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